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Il tuo romanzo ha avuto un impatto immediato sull’opinione pubblica. Ha scavalcato a piedi pari la fase gestazionale che normalmente ogni libro deve accettare, giacendo per un periodo indefinito in libreria.

Diciamo che sta accadendo quello che speravo quando mi sono messo a scrivere: la qualità che ho cercato di dare alla narrazione è arrivata ai lettori forti, ai librai, ai giornalisti, muovendo il passaparola e allungando la vita al romanzo.

Sai che per lettori definiti forti, in Italia, si considerano coloro che annualmente superano gli otto titoli all’anno. Un po’ poco se consideriamo i dati di lettura degli altri paesi europei.

Bisognerebbe portare nelle scuole l'abitudine alla lettura, insegnando a scegliere bene, a conoscere il panorama letterario. E poi in qualche modo tentare di limitare le logiche di mercato che muovono il settore. I libri cambiano la testa delle persone, chi li scrive e li vende ha una responsabilità enorme. Abbassando la quantità dei libri e alzando invece la qualità credo sarebbe possibile restituire alla gente il piacere di leggere: quando finisci un buon romanzo ti viene voglia di leggerne un altro ancora.

Finisce che dai il là a nuovi autori. Di solito si cerca di proteggere il proprio lavoro, quindi senza promuovere altri titoli.

Se un libro è bello ne dovrebbero parlare tutti, a cominciare dagli scrittori. Se un libro è brutto non ne dovrebbe parlare nessuno, a cominciare dai giornalisti.

A questo proposito, il sito web di Panorama, ha inserito il tuo romanzo nella lista dei dieci migliori libri italiani di quest’anno, finora.

E' stato molto gratificante. Quando ricevi una conferma “istituzionale” alla qualità del tuo lavoro ti senti sulla strada giusta, viene voglia di continuare. Lo stesso effetto lo producono le tante mail che ricevo da sconosciuti lettori di ogni parte d'Italia che esprimono gratitudine per le emozioni che hanno ricevuto dal romanzo.

Quanto tempo è passato dal Massimo Cuomo chino sulla tastiera e l’attuale autore che ha una postura decisamente più eretta, che gli consente ora di dialogare con un pubblico vasto, attento nel voler cogliere tutte le sfumature presenti nel romanzo?

Tra il primo e il secondo romanzo sono passati tre anni circa. Ed è un tempo in cui ho fatto esperienze fortissime, di confronto con la critica e col pubblico. Continuo a pormi nei confronti di questa avventura con grande umiltà perché credo sia l'unico modo per migliorare davvero, rendere ai lettori un servizio onesto. Mi auguro che chi mi legge e chi mi ascolta durante le presentazioni lo avverta e lo apprezzi. Io questa responsabilità la sento per davvero.

Quella di essere uno scrittore professionista a tutti gli effetti?

La responsabilità di scrivere cose belle a tutti i costi. Anche a costo di non scrivere nulla, se un giorno non dovessi più sentirmi all'altezza.

Quindi se non sei propriamente uno scrittore, chi identifichi in questo ruolo? Una sorta di tuo spirito guida?

Dico Andrea De Carlo perché “Due di Due” è stato il primo romanzo letto con vera passione, mi ha fatto venire voglia di scrivere. Gli riconosco questo merito.

Anticipi di fatto una domanda che pongo sempre. Se tu potessi aggiungere un romanzo nei cassetti dei comodini degli alberghi, insieme alla Bibbia che cosa faresti trovare?

Per cominciare ci metterei almeno un altro testo sacro, perché la gente possa scegliere quale religione approfondire. Se c'è una cosa che si dovrebbe evitare è proprio che qualcuno decida per noi cosa dobbiamo leggere.

Dovendo scegliere un romanzo direi Profumo di Patrick Suskind. Ha caratteristiche per conquistare una fascia di lettori ampia, muove da un'idea di fondo incredibilmente originale e riesce in un intento miracoloso: far emergere dalle pagine gli odori.

Negli anni novanta, l’editoria italiana cercò di mutuare un format che da sempre riscuote successo nella cultura anglosassone, il libro formato tascabile. Adesso abbiamo i lettori multimediali, ma se si potesse tornare nel secolo scorso su quale titolo moderno ricadrebbe la tua scelta?

Intanto una buona notizia: il tascabile non è morto! Le Edizioni e/o ad esempio hanno l'abitudine di rilanciare in formato tascabile alcuni titoli. E a marzo del prossimo anno sarà in libreria anche il tascabile di Piccola Osteria senza Parole.

Se devo scegliere delle letture recenti che meriterebbero il tascabile faccio i nomi di alcune storie che mi hanno colpito per lo stile o l'originalità dell'impianto narrativo: Il Tempo Materiale di Giorgio Vasta, (Minimum Fax) Storia Naturale di una Famiglia di Ester Armanino (Einaudi), I Cariolanti di Sasha Naspini (Elliot).

Una delle grandi forze del tuo romanzo è la conformazione a matrioska. Una serie di storie dentro alla storia. Ciò che magari sfugge è che una di queste è la narrazione dei campionati del mondo di calcio a cui non hai messo la parola fine.

In un osteria il calcio che passa in televisione non doveva mancare. Il campionato del Mondo del 1994 mi è sembrato subito perfetto, perché è un Mondiale un po' sbagliato (perderemo la finale all'ultimo istante) e in un posto come Scovazze non poteva che andare così. Non ho voluto raccontarlo per intero perché sappiamo tutti come andò a finire, mi interessava solo che il Mondiale entrasse nella storia, ne divenisse quasi un personaggio. Come se ciò che avvenne quell'estate sui campi di calcio dell'America, così lontana e così diversa dai campi della campagna tra il Veneto e il Friuli, potesse cambiare la vita della gente che osservava dall'altra parte dello schermo. E viceversa.

 

A cura di Wiliam Amighetti

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