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Il quartiere del Carmine è decisamente cambiato. Il tuo romanzo, Sette Diavoli, riesce a farlo rivivere così come era sino alla fine degli anni ottanta. Da dove hai tratto lo spunto per questa storia?

Attraverso le fonti più disparate, vecchi libri, aneddoti di mia nonna e racconti di mio zio, che proprio in quegli anni ha vissuto il quartiere, insieme al suo scapigliato gruppo di amici. E poi l’ho girato e rigirato, seppur lo conoscessi a memoria. Alla fine ho innescato il motore più importante della scrittura; l’immaginazione.

Scrivere non è come lavorare in fabbrica. Ci sono delle regole che segui? Degli orari maggiormente favorevoli?

Per me invece è come lavorare in fabbrica. O meglio, in bottega. Mi alzo presto e alle otto sono al lavoro. Scrivo tutta la mattina, quasi sempre. Poi pranzo, e se ho impegni di altro genere – articoli per qualche giornale o rivista – mi occupo di quelli. In caso contrario, se ho ancora “vena”, proseguo il lavoro della mattina. Smetto in serata. Posso scrivere ovunque, e infatti variano molti i posti in cui lo faccio: la mia cucina, un bar, la biblioteca, case di amici, in giro. Se mi metto sulla pagina, a un metro da me può anche scoppiare un finimondo e io sono comunque concentrato. Non mi servono silenzi smisurati – nei quali mi perderei, e forse mi annoierei – né ritiri anacoretici. Scrivo perché scrivere mi avvicina alla vita. E io, nella vita, voglio scrivere.

Nell'immaginaria isola sperduta nell'oceano quale sarebbe l'unico libro che vorresti avere con te?

Domanda pessima. Difficilissimo rispondere. Si tratterebbe di fare torto a decine e decine di libri fondamentali, che amo, che non vorrei tradire. Ma ok, al netto di questa affermazione doverosa eppure di routine, non so, forse direi… un libro che non ho ancora letto, ovviamente di un autore che amo. Magari un Dovlatov.  O un racconto di Cechov che non conosco. O un inedito Mordecai Richler. Non disdegnerei nemmeno un Gorkij, ma gli editori italiani hanno deciso di fottersene – eccezion fatta per il bellissimo “Infanzia”.  Il prossimo di Vargas Llosa? Sono aperto anche un nuovo e non ancora tradotto Malamud (Cassini, mi senti?), un Wodehouse a caso, un Durrel ritrovato in un baule. Tuttavia, ora che ci penso, non ho letto nemmeno “La sposa americana” del mio amato Mario Soldati. Di La Capria e Parise, invece, ho ahimé letto tutto. Insomma, scegli tu tra queste ipotesi e infilamelo in valigia, a me si sbriciolano già i nervi. (Ma sull’isola, dopo che ho finito di leggere, ci sarà qualcuno con cui intrattenersi e fare quattro chiacchiere? Verifica pure la disponibilità di Bérénice Béjo).

In Italia non si vive di scrittura. Pochissimi riescono a mantenersi con le proprie pubblicazioni.  Eppure in migliaia scrivono. Le librerie sono stracolme di titoli e non si vedono mai file fuori dalle loro vetrine, nemmeno in periodo di saldo.

In migliaia scrivono, ma scrivere non è obbligatorio. Ogni tanto sento penose rivendicazioni del tipo “ognuno ha diritto a esprimersi”. Vero, ma non a pubblicare o a pretendere che il proprio scarabocchio sia cosa da far morire d’invidia Tolstoj. Scrivere non è un atto spontaneo, checché se ne dica e se ne creda. Scrivere è un mestiere, e come tale va appreso. E ogni apprendimento passa attraverso la noia, la ripetizione, la fatica. Un po’ come col pianoforte. Ovviamente, e per fortuna, scrivere non è solo questo: è anche gioia, immensa e indicibile. Ma non capisco la convinzione circa il fatto che chiunque lo possa fare. Io non sono in grado di sturare un lavandino. E nemmeno di dire la mia con competenza su un milione di questioni. In ogni caso, chiunque può sviluppare un talento preesistente, certo, ma ci si riesce solo col lavoro. Detto ciò, ci mancherebbe: chi ne ha voglia, scriva. Io, da lettore, sarei felicissimo di farmi aggredire da romanzi meravigliosi ogni giorno, in un proliferare ludico-utopistico da cui trarre solo vantaggi. Ma non accade. Nemmeno i miei romanzi mi piacciono tutti, anzi. È sempre saggio valutare il proprio lavoro con prudenza e diffidenza, senza sentirsi un Nobel.

Quanto incide il proprio vissuto nella fase di imbastitura di un romanzo?

Poco, credo. Tanto se si scrive un diario. Ma poco se si scrivono romanzi.

Se tu potessi aggiungere un romanzo nei cassetti dei comodini degli alberghi, insieme alla Bibbia che cosa faresti trovare?

Forse frequento gli alberghi sbagliati, perché non ho mai trovato la Bibbia. Ma per risponderti, bhe, direi il Galateo.

C'è un romanzo che hai letto e che ti ha fatto pensare a quanto avresti voluto essere tu l'autore?

Tanti. Uno qualunque degli autori che ho citato nella risposta riguardante il malaugurato soggiorno nell’isola deserta – sempre che tu non riesca a convincere Bérénice.

L'inizio dell'anno è sempre un periodo di propositi. Cosa c'è nel futuro letterario di Marco Archetti?

Un nuovo romanzo che uscirà a febbraio per Rizzoli, un libro per Mondadori ad aprile, e un progetto di “commedie” che ho già più o meno pianificato. Ma è prestissimo per parlarne.

Immaginati come ministro alla cultura. Ormai nel bel paese tutti possono aspirare ad un posto in parlamento. Cosa faresti per far risorgere il patrimonio letterario che è stato disperso negli ultimi anni?

Non mi immagino come ministro della cultura.

 

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A cura di Wiliam Amighetti

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